giovedì, 03 dicembre 2009

Guerra di mine sul Colbricon

colbricon.jpgL'itinerario inizia dal parcheggio di malga Rolle, poco sotto il passo, a circa 1900 metri di quota. Di fronte a noi lo spettacolo maestoso delle Pale di San Martino. Qui si imbocca il sentiero 348 che si addentra nella fitta pineta del Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino. Una passeggiata di circa mezz'ora porta ai due laghetti di Colbricon a quota 1922 metri, incastonati in una conca boscosa, ai piedi della cima omonima. Questi specchi trasparenti, nelle giornate limpide, riflettono quasi magicamente il paesaggio circostante.

Aggirato il lago superiore e il piccolo rifugio privato aperto nei mesi estivi, si raggiunge il passo di Colbricon, da dove si diparte il sentiero 349. Si sale attraverso ripide balze rocciose per addentrarsi nell'ampia conca gliaciale racchiusa a nord dall'imponente parete del Colbricon Piccolo (2511 m.) e a sud dalle guglie della vetta superiore del Colbricon (2602 m.), divenuta famosa per gli episodi della prima guerra mondiale. In due ore di cammino si raggiunge la sella che separa il Colbricon dal Colbricon Piccolo a quota 2400 metri. Qui il territorio, seppur a tanti anni di distanza, ci parla ancora delle ferite inferte dalla Grande Guerra; feritorie e ricoveri si aprono a tratti lungo le pareti, mentre più su, sulla cima occidentale del Colbricon, gli aspri profili rocciosi parlano di una tremenda guerra di mine, che sconvolse l’orografia delle vette.

 

Il Colbricon e la vicina Cavallazza, alture dominanti il Passo Rolle, non rientravano originariamente nella linea di difesa allestita dagli austriaci nell’ipotesi di una entrata dell’Italia nel conflitto contro l’Impero. Tuttavia, con l’aprirsi del nuovo fronte di guerra, gli austro-ungarici occuparono entrambe le cime, fortificandole con avamposti nei mesi successivi.

Per tutto il 1915 le montagne non furono interessate dalle operazioni belliche, ma nel 1916, nel corso della controffensiva che l’esercito italiano tenne lungo le montagne della Val di Fiemme, il Colbricon divenne teatro di accesi scontri. Nel mese di luglio del 1916, con un’energica azione, gli italiani conquistarono la Cavallazza, il passo del Colbricon e l’omonima cima orientale. Nel mese di ottobre, dopo un fuoco d’artiglieria preparatorio, gli italiani conquistarono anche la cima occidentale del Colbricon. Gli austriaci tentarono un contrattacco che, seppur non diede i risultati sperati, permise di insediarsi poco sotto la vetta appena persa. Da queste postazioni prepararono l’azione di riconquista della cima occidentale del Colbricon, che venne condotta ad inizio novembre del 1916. Con una decina di scale collocate una vicina all’altra, gli austro-ungarici riuscirono a superare la parete rocciosa sorprendendo il presidio italiano.

Dopo la tregua forzata imposta dalle abbondanti nevicate, i due eserciti ripresero le ostilità nella primavera del 1917, con una distruttiva guerra di mine.

La cresta rocciosa tra la cima orientale italiana e quella occidentale austriaca era caratterizzata da tre guglie: nell’aprile del 1917 gli italiani fecero brillare la guglia più vicina alla cima occidentale, utilizzata dagli austriaci come avamposto per scorgere eventuali movimenti dell’esercito nemico.

Della ventina di uomini che componevano il presidio imperiale, si salvarono solo in quattro. Le operazioni di recupero delle vittime furono assai difficili, poiché lo scoppio della mina italiana fece crollare anche la galleria scavata nella neve, che collegava il presidio della guglia alla cima occidentale del Colbricon.

Decisi a conquistare completamente il Colbricon, gli italiani progettarono una galleria per far saltare l’intera cima occidentale. Gli austro-ungarici, appena si accorsero delle intenzioni della parte avversa, iniziarono lo scavo di una caverna di contromina, ma poiché erano privi di mezzi meccanici dovettero lavorare manualmente e la galleria progrediva soltanto di 30 centimetri al giorno. Ritenendo di poter saltare in aria da un momento all’altro, ridussero il numero di uomini del presidio posto sulla vetta della montagna. Contestualmente progettarono un’azione per individuare l’ingresso della galleria italiana e dedurne la direzione. A mezzanotte dell’11 luglio 1917 scattò “l’azione kiss” che, condotta con una cinquantina di uomini, permise la conquista della seconda e della terza guglia della cresta, ma non la distruzione della galleria italiana, il cui ingresso era situato in un posto protetto, poco sotto le alture rocciose. Gli austriaci riuscirono, tuttavia, a far saltare il deposito di esplosivo degli italiani.

Sorpresi dall’azione, gli italiani affrettarono i loro lavori e pochi giorni dopo, caricato il fornello di mina con 8000 kg di esplosivo, fecero saltare la montagna. La ridotta quantità di esplosivo, accanto al posizionamento non abbastanza vicino alla cima occidentale, distrusse ulteriormente il primo dente e parte della cima austriaca, senza però annientare il presidio.

Nel corso dell’estate gli imperiali, per difendere ciò che rimaneva del caposaldo, proseguirono lo scavo della loro galleria di contromina, ma gli italiani decisero di porre tra essi e il presidio austriaco un cratere tale da arrestare qualunque scavo. Nel mese di settembre del 1917 scoppiò la terza mina, che distrusse completamente il primo dente, del quale oggi rimangono solo detriti, lasciando però quasi indisturbato il presidio sulla cima occidentale del Colbricon, che fu bersagliato ripetutamente dalle artiglierie italiane. L’esito delle battaglie sul fronte dell’Isonzo, con la sconfitta italiana di Caporetto e il ripiegamento fino al Piave, allontanò la guerra dalle montagne fiemmesi e, nel mese di novembre del 1917, l’esercito italiano si ritirò dal Colbricon e dal Passo Rolle. Rimasero i segni del conflitto: dalla forcella fra le due vette del Colbricon è ben visibile, alzando gli occhi verso la cima occidentale, la devastazione causata dalla guerra di mine.

 

E’ su questa forcella che si chiude l’escursione; il rientro può avvenire attraverso lo stesso percorso, oppure si può proseguire lungo il sentiero 349 fino alla vicina forcella di Ceremana a quota 2428 metri, scenografico intaglio roccioso tra il Colbricon e cima Ceremana, presso la quale si notano ancora i resti del caposaldo militare austriaco che presidiava quella posizione. La forcella offre una splendida visuale, nelle belle giornate, sul gruppo delle Pale di San Martino. Da qui, un percorso più impegnativo conduce verso malga val Cigolera a quota 1880 metri e nuovamente al passo di Colbricon. I più allenati possono scendere attraverso la val Ceremana sul sentiero 337, lungo le retrovie austro-ungariche, ma devono lasciare un’auto presso il lago di Paneveggio e coprire un dislivello di circa 1000 metri.

venerdì, 09 ottobre 2009

Alta Via "Bepi Zac"

06.jpgLa ferrata del Costabella denominata Alta Via “Bepi Zac” è stata eseguita dai volontari del Soccorso Alpino di Moena nel 1981 ed inaugurata il 23 agosto dello stesso anno.

 

Inizia al Passo delle Selle (m. 2529) sale verso il piccolo Lastei (m. 2713) e percorre in quota la catena del Costabella (m. 2579), forcella Ciadin, Cima Vallate (m. 2832), punta Ciadin (m. 2919) e Cima Uomo (m. 3003).

 

E’ un sentiero vario ed assai interessante soprattutto per le innumerevoli opere che le truppe alpine austro-ungariche ed italiane hanno lasciato un po’ dappertutto.

Anche in questo caso, in linea di massima, il tracciato segue quasi per intero il sentiero militare della guerra 1915/1918, sfruttando ponti di legno, gallerie, scalette scalfite nella roccia e inoltre usufruendo di corda metallica nei punti più faticosi ed esposti.

Difficoltà eccessive dal Passo delle Selle alla forcella Ciadin non se ne trovano. Un solo passaggio crea qualche ostacolo per chi non ha un minimo di confidenza con la roccia. Comunque, anche qui, a parte il primo impatto, si riesce a superare il punto cruciale senza traumi, purché normalmente attrezzati.

Quando il sentiero è in galleria è interessante osservare tutte le derivazioni in essa ricavate per creare posti di osservazione nei punti più impensati.

Vi sono torrioni di roccia sforacchiati in ogni direzione e ciò da l’idea del lavoro immane eseguito dalle truppe alpine durante la prima guerra mondiale.

Giunti in prossimità della cima Costabella, vale la pena lasciare per un attimo il sentiero segnato per visitare la camera delle sentinelle, costruita dagli alpini italiani nell’agosto del 1917, dalla quale potevano controllare i movimenti delle truppe austro-ungariche, sia verso il Passo delle Selle che verso la valle di San Nicolò.

Dopo la Cima Costabella, seguendo il sentiero che attraversa il costone sul versante della Valle San Pellegrino, si giunge alla forcella del Ciadin e di qui si può proseguire verso Cima Uomo o scendere a valle.

Il tratto di ferrata dalla forcella del Ciadin a Cima Uomo è assai più impegnativo ed esige maggior preparazione e l’accompagnamento di gente esperta di montagna o di una guida alpina.

Per fare il giro completo del sentiero occorre una giornata intera.

E’ consigliabile partire molto presto al mattino, in caso di stanchezza durante il tragitto, si tenga presente che ad ogni forcella si può scendere verso il Passo di San Pellegrino.

 

giovedì, 17 settembre 2009

Bivacco Redolf


LE OPERE REALIZZATE PER INIZIATIVA
DELL’AZIENDA DI MOENA

 

Una <<ferrata>> e due bivacchi

lungo i crinali delle Bocche

 

Il tracciato della via attrezzata ripercorre i luoghi che furono teatro degli epici scontri tra i soldati italiani e austriaci durante la prima guerra mondiale - Costruite anche quattro postazioni di sosta


bivacco.jpgE non piovve. Ancora prima delle sette del mattino la piazza antistante al palazzo municipale ha visto radunarsi, puntualissimi, i moenesi e tra loro l’assessore provinciale al turismo Claudio Betta (in perfetta tenuta alpinistica), il comandante della Scuola Alpina delle Fiamme Gialle maggiore Giovanni Dassori, don Fortunato Rossi di Soraga, il maresciallo Quinto Romanin della Scuola Alpina delle Fiamme Oro, gli operatori della TV, la stampa, tutti increduli che dopo una notte di forte pioggia e con l’igrometro su massimi valori le nubi, quasi sornione, stazionassero pigramente sul cielo di Moena lasciando spazio di tanto in tanto ad avari squarci di sereno. Si parte, in auto, verso il Passo Lusia.
La cerimonia è troppo importante: si tratta di inaugurare due bivacchi, quattro postazioni di sosta, una via attrezzata, che sono costati all’Azienda Autonoma di Soggiorno anni di lavoro e molti milioni. Serio impegno, quindi. E’ comunque doveroso riferire che la Provincia di Trento ha aiutato in maniera determinante l’attuazione delle opere, sia finanziariamente, sia con la messa a disposizione dell’elicottero (pilotato da Moviola e Simonetti), grazie al quale sono stati trasportati decine di quintali di materiale e persino l’acqua occorrente a quota 2700 per la costruzione del secondo bivacco. Va pure detto che anche la Magnifica Comunità di Fiemme ha voluto contribuire per la realizzazione delle attrezzature di cui s’è detto. Ma proseguiamo il viaggio.
Poco meno di tre chilometri sulla statale che porta al Passo di San Pellegrino, altri cinque lungo la strada in terra battuta che, toccando il rifugio Resila giunge poi al Passo Lusia: davanti al rifugio omonimo le macchine si fermano. Possiamo così notare la presenza delle rappresentanze dei Vigili del Fuoco, della Squadra del Soccorso Alpino, delle Guide Alpina, delle FF.GG. di Predazzo, delle FF.OO. di Moena, del maestro di sci Damolin, dell’ex sindaco Bez, di alcuni reduci della prima guerra mondiale (hanno combattuto proprio nella zona di Bocche), anziani alpinisti quali i noti Tomaso Defrancesco e l’ingegnere Bruno Federspiel e di molti altri.
Moena è proprio tutta presente, osserviamo. <<Non esattamente>>, ci viene risposto. Sarebbe? <<Manca chi rappresenta il Comune>>. L’arrivo di due elicotteri ci distoglie dall’argomento. Paolo Catona, incaricato di girare un film sulla manifestazione carica frettolosamente su uno dei velivoli il materiale da cinematografaro e si fa trasportare dal noto pilota Abram su cima Bocche.
Non c’è dubbio, pensiamo, l’organizzazione è perfetta. Presidente e direttore dell’AAS sorridono soddisfatti.

 

 

 

 

NUMEROSE PERSONALITA’ HANNO PARTECIPATO ALL’INAUGURAZIONE DELLE OPERE

 

Al rifugio con salsicce, polenta e vino

 

dassori.jpgMentre il grosso della comitiva si avvia a piedi verso il Lastè, l’altro elicottero comincia a fare la spola tra il passo Lusia ed il lago Lusia: impiega tre o quattro minuti per ogni viaggio. Noi impiegheremo circa un’ora e mezzo. Le nubi si diradano, il panorama delle Pale (perfido il Cimone scoperto) premia la breve fatica.
Il bivacco (quota 2.333) è in muratura: una lapide ricorda che è stato dedicato a Sandro Redolf, assessore comunale e membro del consiglio dell’AAS prematuramente scomparso. Come bivacco è piuttosto capace. Quattro cuccette, alcune panche, camino e cucina. In caso di necessità può ospitare molte persone, un pò strette, ovviamente, ma al coperto. Un bel lavoro davvero.

Arriva con elicottero monsignor Fortunato Rossi, supera gli ottant’anni, ma scende dal velivolo come un ragazzo.

E’ l’ora della messa: nella selvaggia conca di Bocche (aspra e forte, direbbe il poeta) ritorna il silenzio. Don Rossi ricorda i cruenti combattimenti svoltisi nella zona durante la guerra 1915-18 e auspica un mondo di pace.

Dietro al bivacco sta cuocendo la polenta in giganteschi paiuoli. Centinaia di salsicce emanano dalla enorme griglia un profumo che fa agitare i presenti. Ma ci sono anche grandi forme di formaggio locale. Il vino, abbondante, è di quello tipico. Tutto scompare in poco tempo. Viene anche un pò di sole. Tony Gross, intervenuto alla cerimonia in rappresentanza delle guide alpine del resto della valle, sale in elicottero ed Abram lo porta, con l’assessore Betta, a fare un giro di ricognizione. Parliamo con diversi gitanti. Cosa fate ora?

<<Andiamo a provare la nuova ferrata>>. E ci va anche l’assessore al turismo della provincia, in perfetta tenuta alpinistica. Il coro rimane a dà sfogo a tutto il suo repertorio. Ardelio Turri ha tenuto un lungo ed applauditissimo discorso. Citati e ringraziati i materiali esecutori delle opere (Tobia Zanon, Valerio Defrancesco, Giuseppe e Domenico Sommariva) e la squadra di volontari che hanno collaborato (Adriano Damolin, Claudio e Fabrizio Weber, Federico Avico, Franco Bellante, Fabrizio Defrancesco, Settimo Rossini, nominato il progettista Armando Leopardi e messa in risalto la fatica di Federico Bellante, consigliere dell’Azienda Turistica che ha speso molte giornate per seguire i lavori dando validi e preziosi consigli) il suo grazie è andato alla Provincia, alla Comunità di Fiemme, alle Fiamme Gialle, al loro comandante Dassori, ai suoi uomini che hanno dato fondamentale aiuto nella costruzione della ferrata del Gronton (Fernando Dellantonio, Aurelio Nones, Giovita Casali, Emilio Ciammetti, Natale Corradini, Ivo Poletti, Mauro Bontempelli e Silvano Zorzi).

Ha poi messo in risalto le peculiarità invernali del Lusia e del San Pellegrino, sottolineando l’importanza delle anzidette zone agli effetti del turismo estivo ringraziando ancora una volta la stampa, la televisione, la radio, gli operatori cinematografici, che hanno contribuito a far conoscere le località. Il suo discorso è continuato a lungo avendo toccato l’aspetto storico della catena di Bocche, teatro di sanguinosi scontri nel corso della prima guerra mondiale.

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Articolo tratto dal quotidiano "ALTO ADIGE" di lunedì 25 agosto 1980 

 

 

Alcune immagini del Bivacco Redolf, oggi

 

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